Pubblicato da: fitonews | 9 novembre 2015

ll Lentisco e il suo mastice (2)

lentiscoL’oleoresina (ottenuta per incisione dalla corteccia) del lentisco (Pistacia lentiscus L.), o mastice, che se masticata si ammorbidisce, può essere considerata, come affermava Proserpio (1983), una degli antesignani della gomma da masticare. Veniva usata, in particolare dalle popolazioni orientali, come masticatorio per rafforzare le gengive, per l’igiene dei denti, per aumentare la salivazione e profumare l’alito.  Il mastice, sciolto in alcol e ridotto denso e pastoso, era utilizzato per le otturazioni dei denti cariati. Attualmente il maggior impiego è quello industriale dei mastici (anche per l’odontoiatria) e delle vernici.Per quanto riguarda l’impiego cosmetico l’oleoresina costituisce un’interessante fonte di prodotti per la profumeria e l’aromatizzazione. Si sposa, in Pistachier-lentisque-Pistacia-lentiscus-3particolare, con l’olio essenziale di menta per cui in miscela con esso è usata in dentifrici, collutori, shampoos, docce, bagni, saponi, abbinando all’azione detergente una piacevole sensazione di freschezza sulla cute e sul cuoio capelluto oltreché, ovviamente, nel cavo orale (Proserpio).
Curiosità: “È tanto abbondante la Sardegna di lentisco, che non si ritrova quasi terreno incolto dove non nasca, occupandolo tutto colle sue rotonde macchie, ed arbusti chiamato in lingua sarda “chessa” … Nelle sue frondi pascolano le vacche e capre, col suo frutto si nodriscono i porci ed altri armenti. Raccolto maturo e libro sardegnapestandolo o macinandolo se ne spreme olio per ardere, e per altri usi della povera gente […] Dal medesimo legno si raccoglie resina o gomma molto medicinale, ch’essendo la Sardegna sì abbondante di lentisco, doveva esser un genere cagionante uno delli traffichi per i forastieri, ma la sperienza ci fa vedere che né a’ Sardi, né a’ forestieri residenti nel Regno cale prendersi fatica in raccoglierla, forse per non sapere il modo, tempo e diligenza che si richiede. Il legno, fronde, e radici del lentisco comunemente s’impiega per bruciare nel fuoco in ogni tempo» (A. Manca Dell’Arca, 1780).

(Tratto da: Enrica Campanini “Piante medicinali in Sardegna”, IlissoEditore)

 

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